Perché sono omofobo? Purtroppo non sono riuscito, aimè, a trovare quel video in cui Grillini afferma che i bambini provocano col loro sguardo e atteggiamento le attenzioni degli adulti costituendosi così come fattore scatenante, se non addirittura come diretti responsabili, delle pulsioni e delle conseguenti azioni pedofile. Quella sarebbe stata un'eloquente spiegazione... . Fa niente, perché altra letteratura abbonda e andando a spulciare gli archivi si possono facilmente individuare molte connessioni fra il mondo omosessuale e quello pedofilo fino a poter dire che questi costituiscono, in realtà, quasi un unicum. Prima fra tutte le prove o almeno argomento a favore di quanto affermo è la consonanza tra Franco Grillini e i fondatori storici del Fuori, il Fronte omossessuale italiano sedicente rivoluzionario, vale a dire Angelo Pezzana e Mario Mieli. Mieli per esempio diceva già negli anni '70: “Non possiamo raffigurarci l'importanza del contributo fornito alla rivoluzione e all'emancipazione umana dalla liberazione progressiva del sadismo, del masochismo, della pederastia propriamente detta, della gerontofilia, della zooerastia, dell'autoerotismo, del feticismo, della scatologia, dell'urofilia, dell'esibizionismo, del voyeurismo, ecc.)”. Anni in cui la lobby o forse allora solo l'ambito organizzato degli omosessuali italiani chiedeva già la “cancellazione di tutte le leggi che determinano una età per le relazioni sessuali consensuali”. E in quegli stessi anni il movimento omosessuale americano aveva un portavoce che, guarda caso, era anche portavoce del NAMBLA, la North American Man-Boy love Association, discussa e spesso accusata associazione di pedofili, ricca di affiliati coinvolti e perseguiti per atti di violenza sessuale nei confronti di minori; e questo portavoce diceva: "l'obiettivo ultimo del movimento di liberazione degli omosessuali è il raggiungimento della libertà di espressione sessuale per tutti, non solo per adulti gay e lesbiche, ma anche per i ragazzi e i bambini”. Non se basta, a me sì.
ps: comunque la cosa che più mi colpisce di Grillini è che ho letto, senza però riuscire a verificare la fonte, che a sette anni sarebbe scappato con la bidella della scuola, sedotta con una stecca di Nazionali senza filtro... sarà una bufala (che le Nazionali erano senza filtro)? boh!
giovedì, aprile 24, 2008
mercoledì, aprile 23, 2008
Lucio Lao, dalla Cambogia IV
Siamo al quarto resoconto di viaggio di Lucio Lao, che trascorre rilassanti momenti in compagnia delle 4.000 isole, teme le zanzare ma se ne salva, ammira giocolieri stranieri, nuota e fa tubbing nel Mekong in attesa del tramonto. Fine del Laos. Il mio riassunto è appositamente breve per non disturbare troppo. Buona lettura come sempre.
Prima del confine con la Cambogia il Mekong si allarga rimpiendosi di isole e isolotti. E' anche una zona di rapide e cascate, abbastanza grandi nonostante sia la stagione secca. E' la zona delle 4000 isole, Si Phan Don. Arrivo a Nakasan con un minivan, e prendo una delle canoee che fanno la spola per i turisti. L'isola di Don Det e' a sud e, pur essendo quella con piu' guest house, come le altre e' senza elettricita' e i generatori fermano alle 22.00. Le sistemazioni sono veramente spartane, piccoli bungalow con solo un letto e amaca (2 euro a notte). Temevo le zanzare, che invece per fortuna sono quasi assenti.Sull'isola l'atmosfera e' rilassata, come turisti ci sono solo backpackers e ritrovo qualcuno gia' incontrato. I locali sono contadini-pescatori. Inizio l'attivita' con classico giro in bici.C'e' un ponte per una ferrovia a scartamento ridotto costruito dai francesi negli anni '30 per sviluppare il traffico commerciale lungo il Mekong. Nonostante il progetto sia stato un fallimento, ora consente di andare sull'isola Don Khan piu' a sud. Vedo le cascate, belle, evito il giro in barca per vedere gli ultimi delfini del Mekong, deve essere un mezzo pacco, e poi bagno nelle rapide che finiscono in una laguna con sabbia bianca che potrebbe essere ai caraibi. Fa un caldo boia. Il secondo giorno vorrei fare un giro in kayak, ne trovo diversi ma per varie ragioni nessuno me lo affitta ... sembra che non gli interessi proprio, anche se sono li per quello. Strana gente. Per fare qualcosa, con un canadese vado a nuoto su 4 piccoli isolotti vicini, la corrente qui e' lenta e in certi punti una mezza palude. Il canadese, ma anche altri, sono bravi giocolieri, palle, clave, bastoni ... e' un hobby che non abbiamo in Italia, ma non mi sembra per niente male per un giovane. Poi viene la parte piu' divertente: il tramonto sul Mekong, classica attivita' per turisti ma qui e' veramente qualcosa di speciale. Ci lasciano in mezzo a un ramo ampio del Mekong con delle grosse camere d'aria (si chiama tubbing). Il gruppo e' sostanzialmente di inglesi, matti ed organizzati: il secchiello con ghiaccio, coca cola e whisky lao passa da uno all'altro, con grande baldoria. In quanto unico italiano mi tocca cantare O sole mio e altre amenita'. Il sole scende e dopo due ore alla fine fa plic nell'acqua proprio davanti a me ... una bella giornata. Il Laos e' finito. Mi sembra di essere in giro da piu' tempo, ho la sensazione che il tempo si dilati. Per finire, in bocca al lupo alla spedizione sul Mischabel. Peccato non esserci.
Prima del confine con la Cambogia il Mekong si allarga rimpiendosi di isole e isolotti. E' anche una zona di rapide e cascate, abbastanza grandi nonostante sia la stagione secca. E' la zona delle 4000 isole, Si Phan Don. Arrivo a Nakasan con un minivan, e prendo una delle canoee che fanno la spola per i turisti. L'isola di Don Det e' a sud e, pur essendo quella con piu' guest house, come le altre e' senza elettricita' e i generatori fermano alle 22.00. Le sistemazioni sono veramente spartane, piccoli bungalow con solo un letto e amaca (2 euro a notte). Temevo le zanzare, che invece per fortuna sono quasi assenti.Sull'isola l'atmosfera e' rilassata, come turisti ci sono solo backpackers e ritrovo qualcuno gia' incontrato. I locali sono contadini-pescatori. Inizio l'attivita' con classico giro in bici.C'e' un ponte per una ferrovia a scartamento ridotto costruito dai francesi negli anni '30 per sviluppare il traffico commerciale lungo il Mekong. Nonostante il progetto sia stato un fallimento, ora consente di andare sull'isola Don Khan piu' a sud. Vedo le cascate, belle, evito il giro in barca per vedere gli ultimi delfini del Mekong, deve essere un mezzo pacco, e poi bagno nelle rapide che finiscono in una laguna con sabbia bianca che potrebbe essere ai caraibi. Fa un caldo boia. Il secondo giorno vorrei fare un giro in kayak, ne trovo diversi ma per varie ragioni nessuno me lo affitta ... sembra che non gli interessi proprio, anche se sono li per quello. Strana gente. Per fare qualcosa, con un canadese vado a nuoto su 4 piccoli isolotti vicini, la corrente qui e' lenta e in certi punti una mezza palude. Il canadese, ma anche altri, sono bravi giocolieri, palle, clave, bastoni ... e' un hobby che non abbiamo in Italia, ma non mi sembra per niente male per un giovane. Poi viene la parte piu' divertente: il tramonto sul Mekong, classica attivita' per turisti ma qui e' veramente qualcosa di speciale. Ci lasciano in mezzo a un ramo ampio del Mekong con delle grosse camere d'aria (si chiama tubbing). Il gruppo e' sostanzialmente di inglesi, matti ed organizzati: il secchiello con ghiaccio, coca cola e whisky lao passa da uno all'altro, con grande baldoria. In quanto unico italiano mi tocca cantare O sole mio e altre amenita'. Il sole scende e dopo due ore alla fine fa plic nell'acqua proprio davanti a me ... una bella giornata. Il Laos e' finito. Mi sembra di essere in giro da piu' tempo, ho la sensazione che il tempo si dilati. Per finire, in bocca al lupo alla spedizione sul Mischabel. Peccato non esserci.
martedì, aprile 22, 2008
Lucio Lao dalla Cambogia III
Terza puntata del resoconto di viaggio di Lucio Lao giunto a Pakse. Una breve nota a margine, questa volta: spero che la mia dichiarata omofobia non offenda nessuno e tantomeno Lucio Lao o qualcuno dei suoi amici. Si tratta di omofobia "politica" e non di sostanza. Buona eventuale lettura.
Arrivo alle 6.30 a Pakse con il bus della notte, tipo VIP con tutti i confort.
Prendo il bus di linea verso sud x le 4000 isole, qui sono l'unico turista e non mi dispiace. Anziche' andare direttamente alle 4000 isole, tutto sommato decido di scendere al KM 30. Li c'e' la deviazione per Champasak, e il Mekong da attraversare.
Mi da un passaggio sul cassone un camion sgangherato, carico di mattoni (!!) e con tre bambini.
Anche per loro, come in tanti altri casi, sono motivo di divertimento, sara' per la pelata o essere un mezzo gigante...
Ho con me qualche scatola di pennarelli e matite, che gli do ed e' una emozione vedere il loro stupore ...
Per attraversare il Mekong c'e' un servizio di chiatte rudimentali fatte con due scafi di legno con assi e tronchi.
Salgono circa 4 macchine, il pilota poi gira di 90 gradi ed inizia la traversata, divertente.
Dall'altra parte c'e' il piccolo villaggio di Champasak.
Da una parte il fiume, dall'altra i campi e poi un piccolo rilievo montuoso con ai piedi il sito archeologico del Wat Phu,
prima capitale dell'impero khmer 800-900 dc circa, antecedente al piu' famoso Angkor Wat in Cambogia.
Mi sistemo in una pensione con veranda e amache sul fiume ...
doccia, lettura e relax chiaccherando con una coppia francese in bici, con Attila tedesco 40 enne di origine turca in giro da oltre 2 anni e una olandese diciottenne in viaggio da 8 mesi ...
Nel pomeriggio prendo la bici per andare al Wat Phu.
Faccio prima un giro nei campi di frumento (adesso le risaie sono secche) con i contadini con quel tipico cappello a cono schiacciato fatto con foglie di palma... non potevo mancarli ...
Il WAt Phu e' poca cosa ma carino, mi ricorda qualcosa gia' visto in Messico anche se il posto non ha la magia di palenque.
C'e' anche un piccolo museo che ovviamente non tralascio.
La bici ha bucato e i 10 km del ritorno sono una faticata, alleviata parzialmente dall'aggancio ad un motocoltivatore.
Anche in questo caso molto divertimento per tutti.
Mi fermano 2 giovani monaci, impossibile parlare con l'inglese all'osso, ma mi offrono da bere ... il Laos continua a piacermi.
I laotiani sono gente molto amichevole, salutano sempre (sabaidiii), ringraziano, non urlano, parlano che sembrano miagolii, e poi non puzzano.
La serata sulla veranda tiro tardi in compagnia di tre ragazzi laotiani di Ventiane, bevendo laobeer (buona, forse l'unico prodotto nazionale conosciuto in asia), mostrando foto e ascoltando musica.
Sono dotato di Ipod regalatomi da Irene, caricato con una compilation quasi tutta italiana da Roberto che ringrazio ...
anche Venditti in Laos puo' piacere.
Per quanto riguarda le informazioni piccanti richieste: il laos non e' una meta di turismo sessuale, non ammesso dal regime che pero' e' tollerante verso i gay (entrambe le cose apprezzabili)
l'oppio e' coltivato al nord ma non ne ho mai sentito parlare nei posti visitati, in compenso in alcuni altri la mariuana e' libera, ad esempio alle 4000 isole appunto ...
Arrivo alle 6.30 a Pakse con il bus della notte, tipo VIP con tutti i confort.
Prendo il bus di linea verso sud x le 4000 isole, qui sono l'unico turista e non mi dispiace. Anziche' andare direttamente alle 4000 isole, tutto sommato decido di scendere al KM 30. Li c'e' la deviazione per Champasak, e il Mekong da attraversare.
Mi da un passaggio sul cassone un camion sgangherato, carico di mattoni (!!) e con tre bambini.
Anche per loro, come in tanti altri casi, sono motivo di divertimento, sara' per la pelata o essere un mezzo gigante...
Ho con me qualche scatola di pennarelli e matite, che gli do ed e' una emozione vedere il loro stupore ...
Per attraversare il Mekong c'e' un servizio di chiatte rudimentali fatte con due scafi di legno con assi e tronchi.
Salgono circa 4 macchine, il pilota poi gira di 90 gradi ed inizia la traversata, divertente.
Dall'altra parte c'e' il piccolo villaggio di Champasak.
Da una parte il fiume, dall'altra i campi e poi un piccolo rilievo montuoso con ai piedi il sito archeologico del Wat Phu,
prima capitale dell'impero khmer 800-900 dc circa, antecedente al piu' famoso Angkor Wat in Cambogia.
Mi sistemo in una pensione con veranda e amache sul fiume ...
doccia, lettura e relax chiaccherando con una coppia francese in bici, con Attila tedesco 40 enne di origine turca in giro da oltre 2 anni e una olandese diciottenne in viaggio da 8 mesi ...
Nel pomeriggio prendo la bici per andare al Wat Phu.
Faccio prima un giro nei campi di frumento (adesso le risaie sono secche) con i contadini con quel tipico cappello a cono schiacciato fatto con foglie di palma... non potevo mancarli ...
Il WAt Phu e' poca cosa ma carino, mi ricorda qualcosa gia' visto in Messico anche se il posto non ha la magia di palenque.
C'e' anche un piccolo museo che ovviamente non tralascio.
La bici ha bucato e i 10 km del ritorno sono una faticata, alleviata parzialmente dall'aggancio ad un motocoltivatore.
Anche in questo caso molto divertimento per tutti.
Mi fermano 2 giovani monaci, impossibile parlare con l'inglese all'osso, ma mi offrono da bere ... il Laos continua a piacermi.
I laotiani sono gente molto amichevole, salutano sempre (sabaidiii), ringraziano, non urlano, parlano che sembrano miagolii, e poi non puzzano.
La serata sulla veranda tiro tardi in compagnia di tre ragazzi laotiani di Ventiane, bevendo laobeer (buona, forse l'unico prodotto nazionale conosciuto in asia), mostrando foto e ascoltando musica.
Sono dotato di Ipod regalatomi da Irene, caricato con una compilation quasi tutta italiana da Roberto che ringrazio ...
anche Venditti in Laos puo' piacere.
Per quanto riguarda le informazioni piccanti richieste: il laos non e' una meta di turismo sessuale, non ammesso dal regime che pero' e' tollerante verso i gay (entrambe le cose apprezzabili)
l'oppio e' coltivato al nord ma non ne ho mai sentito parlare nei posti visitati, in compenso in alcuni altri la mariuana e' libera, ad esempio alle 4000 isole appunto ...
venerdì, aprile 18, 2008
Lucio Lao, dalla Cambogia II
Ecco la seconda parte del resconto di Lucio Lao: anche questa volta sempre molto interessante.
Buona lettura.
Sono arrivato a Ventiane, capitale del Laos. Aver iniziato a fare un po' di km mi fa sentire subito meglio. 9 ore su un autobus di seconda classe (il VIP era gia' pieno) con sedili a misura di orientale sono passate veloci, e la vacanza comincia a prendere il senso del viaggio. Ventiane e' una capitale tranquilla. Poco traffico, poco rumore, alle 23.00 tutto spento. Ma abbastanza sporca. E' la capitale del Laos, appunto. Non e' una bella citta', ma la trovo piacevolmente a mia misura. La mattina prendo una bici, non e' difficile da girare: da una parte c'e' l'onnipresente Mekong, e al di la' e' gia' Tailandia, dall'altra c'e' il centro e poi strade ordinate a scacchiera disegnate dai francesi. Qualche bella casetta coloniale, il viale con le ambasciate francese, Malese, tailandese , l'Italia non c'e', gli USA hanno una roccaforte tutta a parte. Qualche brutto edificio di epoca piu' recente, stile ex DDR, probabilmente costruito con finanziamenti sovietici. Prima tappa al Pha That Luang, monumentale stupa buddista, tutta dorata, simbolo del nazionalismo laotiano ... restaurata dai francesi in epoca coloniale ... Il Patuxai ricorda l' arco di trionfo con varianti orientali, che guarda caso da sul viale delle ambasciate ... il richiamo e' scontato. Giro al mercato principale, il Talat Sao, coperto su due piani. Come sempre e' una tappa che prediligo, tanti colori, stoffe soprattutto, al piano superiore si concentrano gli orafi. In tutto Ventiane, e quindi in Laos, non c'e' un solo centro commerciale. Vicino c'e' invece un mercato scoperto, baracche di lamiera e tendoni, su terra battuta ... e' il mercato alimentare, mi da l'idea di poverta', soprattutti i pochi banchi di carne ... quelli che vedo non sono invitanti (eufemismo) ... casualmente prima ho pranzato in un locale vegetariano (2 USD) e tutto sommato ne sono felice. Ultima tappa il Museo Nazionale del Lasos (!!). Lo stile e' quello di (auto)celebrazione della rivoluzione, che ha portato il Pathet Lao nel '75 al potere. Oggi e' un regime tranquillo (ossimoro), che si sta aprendo per sopravvivere al capitalismo, con molta cautela. Ci sono stati 10 anni di bombardamenti americani assolutamente massicci concentrati sul Laos nord orientale, che era zona del cammino di HoChiMin utilizzato dai Vietcong. Ma sono mancate atrocita' interne come in cambogia, caso unico credo per due volte hanno formato un governo di coalizione tra comunisti, filo americani e neutralisti, poi regolarmente saltato ma questo e' normale. Stasera prendo il bus della notte per Pakse (10 ore), terza tappa, sud del Laos. Ringrazio quelli che mi rispondono, io proseguo con la solidarieta' dei piu' e gli sberleffi di altri ... ma un po' di cinismo lo adoro :)
Buona lettura.
Sono arrivato a Ventiane, capitale del Laos. Aver iniziato a fare un po' di km mi fa sentire subito meglio. 9 ore su un autobus di seconda classe (il VIP era gia' pieno) con sedili a misura di orientale sono passate veloci, e la vacanza comincia a prendere il senso del viaggio. Ventiane e' una capitale tranquilla. Poco traffico, poco rumore, alle 23.00 tutto spento. Ma abbastanza sporca. E' la capitale del Laos, appunto. Non e' una bella citta', ma la trovo piacevolmente a mia misura. La mattina prendo una bici, non e' difficile da girare: da una parte c'e' l'onnipresente Mekong, e al di la' e' gia' Tailandia, dall'altra c'e' il centro e poi strade ordinate a scacchiera disegnate dai francesi. Qualche bella casetta coloniale, il viale con le ambasciate francese, Malese, tailandese , l'Italia non c'e', gli USA hanno una roccaforte tutta a parte. Qualche brutto edificio di epoca piu' recente, stile ex DDR, probabilmente costruito con finanziamenti sovietici. Prima tappa al Pha That Luang, monumentale stupa buddista, tutta dorata, simbolo del nazionalismo laotiano ... restaurata dai francesi in epoca coloniale ... Il Patuxai ricorda l' arco di trionfo con varianti orientali, che guarda caso da sul viale delle ambasciate ... il richiamo e' scontato. Giro al mercato principale, il Talat Sao, coperto su due piani. Come sempre e' una tappa che prediligo, tanti colori, stoffe soprattutto, al piano superiore si concentrano gli orafi. In tutto Ventiane, e quindi in Laos, non c'e' un solo centro commerciale. Vicino c'e' invece un mercato scoperto, baracche di lamiera e tendoni, su terra battuta ... e' il mercato alimentare, mi da l'idea di poverta', soprattutti i pochi banchi di carne ... quelli che vedo non sono invitanti (eufemismo) ... casualmente prima ho pranzato in un locale vegetariano (2 USD) e tutto sommato ne sono felice. Ultima tappa il Museo Nazionale del Lasos (!!). Lo stile e' quello di (auto)celebrazione della rivoluzione, che ha portato il Pathet Lao nel '75 al potere. Oggi e' un regime tranquillo (ossimoro), che si sta aprendo per sopravvivere al capitalismo, con molta cautela. Ci sono stati 10 anni di bombardamenti americani assolutamente massicci concentrati sul Laos nord orientale, che era zona del cammino di HoChiMin utilizzato dai Vietcong. Ma sono mancate atrocita' interne come in cambogia, caso unico credo per due volte hanno formato un governo di coalizione tra comunisti, filo americani e neutralisti, poi regolarmente saltato ma questo e' normale. Stasera prendo il bus della notte per Pakse (10 ore), terza tappa, sud del Laos. Ringrazio quelli che mi rispondono, io proseguo con la solidarieta' dei piu' e gli sberleffi di altri ... ma un po' di cinismo lo adoro :)
giovedì, aprile 17, 2008
Riflessione post elettorale
Oggi l'euforia ancora si spande specialmente per il Nord. Abbiamo vinto, abbiamo vinto... fosse il derby capirei. Ma ora? Quest'allegria mi sembra eccessiva e quest'euforia mi sa d'incoscienza. A quale progetto e a quale speranza di vita risponde e risponderà il Pdl che anch'io ho votato (e ancor mi duole il naso)? Il Silvio mi rappresenta? Non lo so, forse no. Ma il Silvio incarna ciò che per la sinistra è indifendibile: possibilità di ricchezza, anche, ma soprattutto l'apporto della persona alla politica e alla vita quotidiana del paese, la battaglia per difendere ciò che è concreto, il tentativo e l'intrapresa dell'uomo attaccato alla vita e alla ricerca sincera e appassionata del suo valore, anche sbagliando. Perciò l'ho votato. Eppure se la scelta è stata giusta, l'immagine di Giuliano, prima sceso in campo impegnato, poi attaccato nella sua guerra quotidiana e infine quasi spazzato con un manipolo di sparuti cavalieri, non m'abbandona. E mi sembra comunque d'aver perso almeno un po'. E poi, soprattutto, a quest'allegria diffusa manca quel velo di tristezza che ci rimanda al destino e al senso di ogni cosa, come diceva il Gius.
mercoledì, aprile 16, 2008
Lucio Lao, dalla Cambogia
Parte con oggi una nuova sezione su questo "blogghetto": si tratta del resoconto di viaggio in Cambogia di un amico, Lucio. Dopo aver letto il primo resoconto ho chiesto a "Lucio Lao" di poter pubblicare i suoi scritti e lui ha acconsentito. Ecco dunque per la prima volta, novità delle novità, un nuovo autore e un nuovo tema: non guareskjano, non politico, non finto letterario e probabilmente anche meno noioso del solito. Il primo resoconto di Lucio Lao è subito qui di seguito e lo metto io a nome suo, poi vedremo. Buona lettura dunque.
"Sono a Luang Prabang, nel Nord del Laos. Questa volta allargo il giro di mail, e spero che gli ignari destinatari non me ne vogliano ... :) Sono arrivato che stanno festeggiando il loro capodanno. Carino, il primo risultato e' che pago la stanza il doppio. Arrivo a Bangkok con Ethiad airways, pensavo fosse una low cost ... airbus nuovi di zecca, oro per colore sociale, posate di metallo e video on demand ... sono sponsor del chelsea e della ferraria Luang Prabang volo con un ATR ad elica colorato con pesciolini ed altre amenita' ... In aereoporto ho l'impressione di essere in un paese un po' diverso dal solito ... in banca sbagliano conti e mi danno soldi in piu' ... che daro' al primo tempio che visito. Poi inizio la vacanza con un gesto di rottura ... lascio la LP in stanza e esco :) Luang Prabang e' una piccola citta' tropicale, disposta alla confluenza tra il fiume Kahn e il Mekong. E' stata capitale per vari secoli del Laos quando era il 'regno del milione di elefanti', che ai tempi doveva suonareun po' come il nostro milione di baionette.E' stata poi indocina francese, ma i resti coloniali sono minimi. Molti templi, molti monaci arancioni, tantissimi bambini. Per il capodanno l'attivita' prevalente e' lanciarsi secchiate di acqua, un gesto di purificazione trasformato in divertimento. C'e' una sfilata di maschere, di gruppi vari e di bellissimi giovani in abiti tradizionali.Vado al trempio principale, il wat xieng thong, che e' una specie di cattadella recintata. C'e' una gran confusione: bancarelle, tutti che fotografano tutti, musica hip hop ad altissimo volume ... sento pure i black eyed peas, che mi piacciono ma in quel contesto non me li aspettavo!!! Le piu' fotografate sono le ragazze in abiti tradizionali, meravigliose. I monaci mi pare che vivano molto integrati con il resto della gente, alcuni fotografano a loro volta, nessuno da segni di fastidio per la confusione, molti sono giovanissimi. Per passeggiare lungo il mekong attarverso un ponte sgangherato di bamboo, 0,50 USD. Il livello dell'acqua e' basso, sulla riva una famiglia mi invita ai festeggiamenti.Bevono grappa locale e birra... poche parole in inglese e molti sorrisi. Arriva un monaco per celebrare una breve funzione, partecipano ubriachi e non, per poi ricominciare a bere. Vado ad aspettare da solo il tramonto, sdraiato sulla sabbia dove la corrente del kahn si mischia a quella del Mekong. Ci sono giovani monaci che giocano nell'acqua. Tra la luce e l'alcool ... e' il momento piu' bello. Lucio"
"Sono a Luang Prabang, nel Nord del Laos. Questa volta allargo il giro di mail, e spero che gli ignari destinatari non me ne vogliano ... :) Sono arrivato che stanno festeggiando il loro capodanno. Carino, il primo risultato e' che pago la stanza il doppio. Arrivo a Bangkok con Ethiad airways, pensavo fosse una low cost ... airbus nuovi di zecca, oro per colore sociale, posate di metallo e video on demand ... sono sponsor del chelsea e della ferraria Luang Prabang volo con un ATR ad elica colorato con pesciolini ed altre amenita' ... In aereoporto ho l'impressione di essere in un paese un po' diverso dal solito ... in banca sbagliano conti e mi danno soldi in piu' ... che daro' al primo tempio che visito. Poi inizio la vacanza con un gesto di rottura ... lascio la LP in stanza e esco :) Luang Prabang e' una piccola citta' tropicale, disposta alla confluenza tra il fiume Kahn e il Mekong. E' stata capitale per vari secoli del Laos quando era il 'regno del milione di elefanti', che ai tempi doveva suonareun po' come il nostro milione di baionette.E' stata poi indocina francese, ma i resti coloniali sono minimi. Molti templi, molti monaci arancioni, tantissimi bambini. Per il capodanno l'attivita' prevalente e' lanciarsi secchiate di acqua, un gesto di purificazione trasformato in divertimento. C'e' una sfilata di maschere, di gruppi vari e di bellissimi giovani in abiti tradizionali.Vado al trempio principale, il wat xieng thong, che e' una specie di cattadella recintata. C'e' una gran confusione: bancarelle, tutti che fotografano tutti, musica hip hop ad altissimo volume ... sento pure i black eyed peas, che mi piacciono ma in quel contesto non me li aspettavo!!! Le piu' fotografate sono le ragazze in abiti tradizionali, meravigliose. I monaci mi pare che vivano molto integrati con il resto della gente, alcuni fotografano a loro volta, nessuno da segni di fastidio per la confusione, molti sono giovanissimi. Per passeggiare lungo il mekong attarverso un ponte sgangherato di bamboo, 0,50 USD. Il livello dell'acqua e' basso, sulla riva una famiglia mi invita ai festeggiamenti.Bevono grappa locale e birra... poche parole in inglese e molti sorrisi. Arriva un monaco per celebrare una breve funzione, partecipano ubriachi e non, per poi ricominciare a bere. Vado ad aspettare da solo il tramonto, sdraiato sulla sabbia dove la corrente del kahn si mischia a quella del Mekong. Ci sono giovani monaci che giocano nell'acqua. Tra la luce e l'alcool ... e' il momento piu' bello. Lucio"
Onore a Giuliano Ferrara
Unico candidato "immolato" sul fronte della battaglia per la vita. Colpito da uova, ortaggi (e sedie), caduto per mancata strategia (non si capisce se sua o dei suoi potenziali alleati). Ma è vivo e lotta insieme a noi.
Franca Rame, il Papa, Ferrara e l´utero
Nel dopo elezioni chissà perché si trovano vere chicche, eccone una: "Ai tempi del femminismo ci dicevano che le donne sono isteriche perché hanno invidia del pene, ora noi possiamo dire che Giuliano Ferrara e Sua Santità hanno invidia dell´utero". Lo ha detto Franca Rame, nel suo intervento ad un´assemblea degli studenti del liceo classico Mamiani, a Roma (da La Repubblica del 29 febbraio 2008). Proprio vero che l'onestà intellettuale paga.
mercoledì, aprile 09, 2008
Grillini e la pedofilia
Grillini, il capo dell'Arcigay, il suo presidente onorario e il suo leader di fatto, ha manifestato in passato la sua "simpatia" per la pedofilia. Una simpatia non esplicitamente dichiarata in realtà ma piuttosto quasi detta e lasciata come sospesa: accadde una volta, qualche anno fa, in una trasmissione televisiva che non so più se era da Costanzo o a Porta a Porta... . Qui Griilini affermava diceva che, secondo lui, "i bambini spesso, maliziosamente, provocano con lo sguardo l'adulto". Capito? Ora però non riesco a trovare né la traccia né la trascrizione di quell'intervento. E mi sa che non è un caso. Se qualcuno ricorda o ha archiviato qualcosa mi segnali, per cortesia, gli estremi dell'intervento. Grillini comunque è manifestamente simpatizzante per la pedofilia: nei fatti se non nella dichiarazione che più non si trova. Perché tutte le volte che si tocca l'argomento pedofilia la sua argomentazione e risposta è: "guardiamo alla pedofilia nella Chiesa, invece... ". Perchè "invece"?
martedì, aprile 08, 2008
Lasciamoli vivere un po' a "comacchio"...
Quando studiavo (si fa per dire) le tecniche della comunicazione (senza imparare realmente a usarle, come del resto è avvenuto per tutto ciò che pur con fatica ho studiato) c'era una bella teoria che definiva le possibilità di lettura e comprensione di un testo, anche scritto, ma soprattutto filmico o televisivo, sulla base del coesistere dell'intreccio dei suoi autori nella creazione del testo stesso. Diceva in altre parole, la teoria, che alla creazione del testo non partecipa solo l'autore in senso stretto ma anche, per esempio, l'emittente e il canale. Per farla breve è come dire che se i vangeli vengono venduti alle librerie paoline non è la stessa cosa che se li pubblica a puntate l'Unità. Vero. C'è un'intenzione dell'editore o dell'emittente, della casa di produzione, del canale e comunque degli altri altri attori che partecipano al flusso della comunicazione e lo consentono, che non coincide necessariamente con quella dell'autore, ma anzi, e che dunque prende parte alla creazione del testo. La teoria sosteneva poi che addirittura il lettore o il pubblico partecipano alla produzione testuale. Ora, un blog non è un media in senso tradizionale, e meno che mai di massa, ma è certamente un media innovativo tramite il quale, è innegabile, il pubblico può partecipare alla creazione del testo. Questa lunga premessa serve per dire che: su vivereacomo.com c'è un post che dice una certa cosa (condivisibile o meno, non m'interessa); gli annunci di Google che l'amministratore del blog ha sottoscritto sembrano dirne un'altra. E' ridicolo! Però, per ora, nessuno ha fatto una piega. Adesso quasi quasi vado di là, gli rompo le palle su questo tema e vediamo che succede (magari niente, boh). Ma no, dai.... fa niente. Ciao
lunedì, aprile 07, 2008
E' nata prima la Lav, i verdi o la gallina?
Dialogo immaginario, a commento di una grigliata mista, con interlocutori della Lega antivivisezione (e simili). La carne, la carne sempre la carne: è un omicidio, una strage. Ed ecco i risultati di questa strage: già era pazza la mucca, oggi anche le galline in gabbia impazziscono e addirttura diventano cannibali e si mangiano fra di loro. Impressionante, mangerò maiale. I maiali sono costretti a rotolarsi tutto il giorno nel fango degli allevamenti: vergogna. E le scrofe? Pure loro poracce: ci vorrebbe anzi un 9 marzo, giornata della scrofa liberata dal giogo (o gioco) del fango. E le vacche da latte anche loro? Anche loro, le mucche e non vacche che è dispregiativo, tutto il santo giorno a farsi tirare le tette da chi le munge. E le oche allora. Così anche le oche, costrette a ingozzarsi per il fois gras. Va bene, allora mangio solo pesce. Sì, e i pesci poveretti con quell'amo in bocca? Meglio vegetariani allora? Eh, si... e le carotine secondo te non sentono niente? E le foglioline d'insalata e le erbette che, si sa, crescono meglio con la musica classica? Va bene, vivrò di solo miele... E le api, sfruttate come povere operaie senza neanche un sindacato? ... Va bene mi lascio morire lentamente e sia come Dio vuole. E la cassa da morto? Pinete abbattute per il tuo egoismo! Crematemi allora... E lo spreco energetico per produrre tutto quel calore? Va bene lasciatemi morire di fame e imputridire nell'erba. Inquinatore, vergognati!E allora vaffanculo...! Non si dice culo, si dice gay.
Ho detto culo!
La sapete quella del nonno che vedendo una bella ragazza in minigonna a pois (chissà poi perché proprio a pois) dice: "che bel culo". E la nipotina chiede: "cos'hai detto?" e lui si abbarbica tra risposte insensate dopo aver mentito rispondendo: "cuculo". E lei poi comincia a scassargli la uallera per mezz'ora e lui alla fine ammette di aver detto "culo" pur di farla smettere di scassare? Ecco: uguale. Ho affrontato un po' di temi politically uncorrect ultimamente, tra cui omosessualità e dico, mica, meco, teco, telo torno a dir di nuovo... Ho mollato il colpo. Not possible: bisogna dire che gli omosessuali sono un'unione "feconda" do you rend cont? Se no te fanno fuori, ti ammorbano di ramanzine: forse non sai cosa dici, sei retrogrado, razzista, omofobo. Sì sono omofobo. E credo che essendo omofobo potrò meglio tutelare: Dio, famiglia e nazione. Sono cattolico, apostolico, romano e ho detto culo. Culo. Non "omosessuale", ma "culo". Ho detto culo. E anche negro, toh.
Please, leave a comment. Please...
La mia visibilità, bella o brutta che sia, me l'ottengo scassando sui blog altrui che prima o poi casseranno il mio accesso nella "Lista di tutti i blog politically correct del mondo" in via di compilazione ma, ne sono certo, "prossimamente online". Ma chi se ne impiffera. Questo mio blog, invece, ha tre commenti. Forse contando anche quelli vecchi e quelli finti arriviamo a cinque. Mai avuto un obiettivo numerico del resto: mi piace scrivere, mi rilassa, mi diverte. Anche se tutti in realtà scriviamo per un pubblico, come diceva un amico, va bene comunque; mi esercito così in velocità di battitura, prontezza della risposta, riduzione al minimo dell'inevitabile refuso. E poi per me questo è meno di un diario: è un archivio, solo un archivio. Quindi, fatta questa premessa da paraculo, dico: ma come mai ci sono blog che, invece, esistono da anni, affrontano temi impegnati e progressisti, se la cacciano a diecimila e nonostante la somma di tutti questi fattori il prodotto non cambia, hanno cioè "nessun commento" per ogni post? Boh (mica invieranno tutto via email a una lista segreta di lettori aficionados che sempre solo via email rispondono? mah) vai a saperlo. Del resto, meglio pensare a sé: dico cose noiose e arretrate per i più; rompo i coglioni a mille; faccio montare la rabbia ad altri e perdo ore di sonno io. Ma non è ora di smetterla? Sento un coro di sì. Adesso ci penso.
sabato, aprile 05, 2008
Dico la mia
Dico la mia sulle coppie etero e omo, dico, teco, meco, pacs e fax. E' un'illusione ritenere che tutto ciò che è differente da ciò che già esiste sia anche nuovo, sia bene, sia giusto; e la proposta dico/pacs è alla fine questo: desiderio di affermare che ciò che è diverso debba per forza essere nuovo, originale e positivo. I diritti non c'entrano. Le coppie etero che già convivono vagli a chiedere se passerebbero alla formula pacs o dico: se ne stanno e staranno così. La proposta serve a far passare l'unione gay. Dov'è il fondamento di questa unione, quale progetto si pone, quale modello di vita e società propone? Quelllo del gay pride? Quello delle piume e del trucco e delle vocine finte? Questa è volontà, pur legittima, di trasgressione ma non è non può diventare progetto di società. Che non può coincidere, cioè non è mai accaduto, con le voglie pur legittime, ripeto, neppure di una maggioranza.
venerdì, aprile 04, 2008
In ricordo di Karol Wojtyla
La Polonia. Quando è morto Giovanni Paolo II (ma a me piaceva e piace molto chiamarlo Wojtyla) era forse di sera tardi, non ricordo bene, non so: la prima è stata forse una falsa notizia circolata chissà come. Poi dopo, appena certo, giù in macchina a Roma e poi indietro in giornata la sera stessa. Pochi giorni dopo il funerale: giù di nuovo, stavolta in treno, e notte in piedi, ma in piedi vero. In piedi di fianco a dei polacchi, austriaci, anche romani che abitavano lì ma erano scesi in strada. E una compagna di viaggio tirata su a Bologna che doveva scendere a Firenze e ci ha seguiti: "mamma vado al funerale del Papa, ciao". Roba da matti, ma matta non era. Mia figlia era dapprima quasi allibita: ma cosa succede, come fa questa a venire con noi? Ma si forma così un gruppetto di cinque o sei raccattati per strada: mia figlia, io, Carlo, un marito e moglie di Firenze, la ragazza salita a Bologna che doveva scendere a Firenze ma non è scesa, altri due o tre. Mia figlia è contenta di vedere che qualcuno si unisce: è prima come detto quasi incredula e poi felice. Intuisce che non è un caso del tutto casuale... Del giorno dopo, prima in via della Conciliazione e poi in piazza San Pietro, non dimenticherò quelle pagine che volavano, quella grande cassa di legno, che ispirava familiarità, quel vento.
Anni prima era morto mio padre all'improvviso dopo un'operazione di quattro bypass al cuore che si erano richiusi tutti e quattro contemporaneamente. Tutti e quattro insieme: è la prima volta che ne scrivo, credo. Ero uscito dalla sala di terapia intensiva alle 5 di quella domenica pomeriggio ed ero andato a Milano da amici. Mia madre mi avrebbe sostituito di lì a breve. Vado? dissi. Vai. C'era un pensiero che mi turbava incessante. Vado, ciao. Al ritorno a casa, gente per la strada che mi aspettava: all'inizio della via, più avanti, davanti a casa. E' successo qualcosa, mi dicono. Cosa? Non preoccuparti, andiamo.
Pochi anni dopo quando mia madre se ne va è diverso. Un pensiero triste e una schiacciante malinconia mi prendono improvvisamente quando viene ricoverata ancora una volta per quella tosse incessante. La sera tornavo a casa e non mi abbandonava il pensiero che lei non sarebbe tornata più e che sarei rimasto solo. Ricordo ancora il suo ultimo respiro.
Dei miei genitori mi resta un ricordo dolce, struggente e incompleto: dall'infanzia ai venti e passa anni. Di Karol Wojtyla il ricordo della Polonia: la terra dei miei avi, il paese lontano di cui porto orgogliosamente addosso un barba rossa che forse ancora s'intravede e il ricordo del pellegrinaggio da Warsavia a Chestockowa: campagne, fienili, delle belle ragazze dalle gote arrossate e con quel volto familiare, simile a quello di mia madre, il camminare a piedi per decine di chilometri. Le spie del regime comunista, i volantini clandestini di Solidarnosc trafugati con l'ingenua baldanza di chi avrebbe voluto quasi restar lì per sentirsi a casa.
Quando penso a Wojtyla penso alla Polonia, penso a quel paese lontano, a "quella terra misteriosa dove ognuno vuol tornare". L'ultimo di famiglia a vedere Wojtyla, è stato mio figlio: era a Roma e lo ha visto affacciato alla finestra dell'ospedale. Ne sono contento e orgoglioso per me e per lui.
Anni prima era morto mio padre all'improvviso dopo un'operazione di quattro bypass al cuore che si erano richiusi tutti e quattro contemporaneamente. Tutti e quattro insieme: è la prima volta che ne scrivo, credo. Ero uscito dalla sala di terapia intensiva alle 5 di quella domenica pomeriggio ed ero andato a Milano da amici. Mia madre mi avrebbe sostituito di lì a breve. Vado? dissi. Vai. C'era un pensiero che mi turbava incessante. Vado, ciao. Al ritorno a casa, gente per la strada che mi aspettava: all'inizio della via, più avanti, davanti a casa. E' successo qualcosa, mi dicono. Cosa? Non preoccuparti, andiamo.
Pochi anni dopo quando mia madre se ne va è diverso. Un pensiero triste e una schiacciante malinconia mi prendono improvvisamente quando viene ricoverata ancora una volta per quella tosse incessante. La sera tornavo a casa e non mi abbandonava il pensiero che lei non sarebbe tornata più e che sarei rimasto solo. Ricordo ancora il suo ultimo respiro.
Dei miei genitori mi resta un ricordo dolce, struggente e incompleto: dall'infanzia ai venti e passa anni. Di Karol Wojtyla il ricordo della Polonia: la terra dei miei avi, il paese lontano di cui porto orgogliosamente addosso un barba rossa che forse ancora s'intravede e il ricordo del pellegrinaggio da Warsavia a Chestockowa: campagne, fienili, delle belle ragazze dalle gote arrossate e con quel volto familiare, simile a quello di mia madre, il camminare a piedi per decine di chilometri. Le spie del regime comunista, i volantini clandestini di Solidarnosc trafugati con l'ingenua baldanza di chi avrebbe voluto quasi restar lì per sentirsi a casa.
Quando penso a Wojtyla penso alla Polonia, penso a quel paese lontano, a "quella terra misteriosa dove ognuno vuol tornare". L'ultimo di famiglia a vedere Wojtyla, è stato mio figlio: era a Roma e lo ha visto affacciato alla finestra dell'ospedale. Ne sono contento e orgoglioso per me e per lui.
martedì, aprile 01, 2008
Il gioco delle tre carte
Ci sono tre carte abilmente manovrate da un giocatore sulla superficie di un banchetto che viene montato e smontato velocemente. Lo monta e arrivano i clienti, ovvero i primi curiosi, tutti gettano l’occhio, qualcuno passa e va e qualcuno si ferma. Chi si ferma viene facilmente gabbato, ma anche chi fa una sosta breve o solo rallenta il passo fin quasi a fermarsi rischia: la cerchia dei compari lo attornia, lo invischiano e andarsene è difficile. A volte al posto delle tre carte c’è un tris di bussolotti o campane: sotto c’è una pallina che sembra scomparire e riapparire magicamente. Il gioco ammalia ancora nei mezzanini delle metropolitane milanesi, magari alla fermata di Centrale prima della scalinata che porta in stazione. Chi ha provato a fermarsi una volta ricorda bene i soldi spariti e, dice qualcuno, anche le non troppo velate minacce fatte da un compare che ti porta ammiccante in disparte per dissuaderti da eventuali troppo pubblicitarie lamentele. E' cronaca anche di questi giorni su una tal area di servizio autostradale, nei pressi di Napoli. Così, qualcosa di simile capita ancora. E può capitare anche sui blog: provando a girare un po' si capisce che è così. La cosa difficile è invece, talvolta, capire chi muove le carte e chi è il cliente gabbato. Ciao.giovedì, marzo 27, 2008
Pro e contro
O sinistra "sinistra" perché di tento inganni i figli tuoi?
Così, parafrasando un rattoppato Leopardi, potrebbero esprimersi la maggior parte dei tipi sinistri che per il bloggame s'aggirano, e il bloggame fanno, nel loro continuo lamentarsi del progetto unitario e veramente "de sinistra" che ancor gli manca, che da tempo gli manca, che da sempre gli manca (facevo le elementari che già se ne parlava). Ammesso che abbiano mai letto Leopardi. Eh sì, perché Leopardi sa ancora ancora un po' di credente, per i sinistri, perchè si fa le domande. Dante, non parliamone: lo si evita (anagramma di "vieta" ma guarda) a scuola e ovunque si può. Pasolini? Eh adesso che sembra c'avesse il senso religioso pure lui, lo evitano come la lebbra. Sì, insomma, evitano tutto. Si astengono dai dati perchè i dati fanno parte del reale, il reale c'entra con la verità delle cose, la verità gli metti la maiuscola e sei fottuto... quindi lontano dai dati, lontano dal culo. A questo punto, cultura niente, dato reale niente cosa resta? L'io. Ma l'io me lo gestisco io (è mio) e soprattutto non sei tu, chiunque tu sia. E allora ecco i litigi e giù botte da orbi. Se le danno di santa (ops, pardon) ragione (ri-ops, ri-pardon) e se menano come tassisti. Il criterio guida di questo io smodato è l'essere "contro". Contro tutto: vita e morte, aborto e non, coppie di fatto e coppie disfatte, Israele, Olp, Anp, ahm, gulp, tutto. Se sei contro sei a posto. Contro Berlusconi e contro Bertinotti, contro D'Alema e contro gli Ulema, contro Bush e contro Dash, contro la mamma di Cogne e contro il Ris di Parma: sempre e comunque contro. Ecco perchè non sono uniti, i sinistri: sono troppo contro. Ecco perché Magdi Allam diventa una bertuccia, per i sinistri: non possono chiamarlo topo. Così facevano i nazisti con gli ebrei. Loro sono diversi, sono contro i nazisti e lo chiamano scimmia, che secondo loro è molto meglio di topo e più umano (per via di Darwin e dell'evoluzionismo). Ecco allora, è per aprire il dialogo col diverso, anche riprendendo il clima di pace suscitato dalla conversione di Allam e dei 138 intellettuali islamici, che anch'io sento il bisogno di un più profondo sentire anche con quest'altra parte e da giorni sto pensando a come rivolgermi a sti sinistri in forma di vero dialogo. Ed ecco l'illuminazione: come sarebbe "come"? Ma certo: anch'io posso esserlo, in dialogo, se dico come recita il titolo del documento dei 138 intellettuali che porta un nome evocativo: "Una parola tra noi". Ed ecco, illuminato in visione notturna dall'icona di Beppe Grillo, la parola con cui mi rivolgo alla sinistra-contro: "mavafangula, va".
Così, parafrasando un rattoppato Leopardi, potrebbero esprimersi la maggior parte dei tipi sinistri che per il bloggame s'aggirano, e il bloggame fanno, nel loro continuo lamentarsi del progetto unitario e veramente "de sinistra" che ancor gli manca, che da tempo gli manca, che da sempre gli manca (facevo le elementari che già se ne parlava). Ammesso che abbiano mai letto Leopardi. Eh sì, perché Leopardi sa ancora ancora un po' di credente, per i sinistri, perchè si fa le domande. Dante, non parliamone: lo si evita (anagramma di "vieta" ma guarda) a scuola e ovunque si può. Pasolini? Eh adesso che sembra c'avesse il senso religioso pure lui, lo evitano come la lebbra. Sì, insomma, evitano tutto. Si astengono dai dati perchè i dati fanno parte del reale, il reale c'entra con la verità delle cose, la verità gli metti la maiuscola e sei fottuto... quindi lontano dai dati, lontano dal culo. A questo punto, cultura niente, dato reale niente cosa resta? L'io. Ma l'io me lo gestisco io (è mio) e soprattutto non sei tu, chiunque tu sia. E allora ecco i litigi e giù botte da orbi. Se le danno di santa (ops, pardon) ragione (ri-ops, ri-pardon) e se menano come tassisti. Il criterio guida di questo io smodato è l'essere "contro". Contro tutto: vita e morte, aborto e non, coppie di fatto e coppie disfatte, Israele, Olp, Anp, ahm, gulp, tutto. Se sei contro sei a posto. Contro Berlusconi e contro Bertinotti, contro D'Alema e contro gli Ulema, contro Bush e contro Dash, contro la mamma di Cogne e contro il Ris di Parma: sempre e comunque contro. Ecco perchè non sono uniti, i sinistri: sono troppo contro. Ecco perché Magdi Allam diventa una bertuccia, per i sinistri: non possono chiamarlo topo. Così facevano i nazisti con gli ebrei. Loro sono diversi, sono contro i nazisti e lo chiamano scimmia, che secondo loro è molto meglio di topo e più umano (per via di Darwin e dell'evoluzionismo). Ecco allora, è per aprire il dialogo col diverso, anche riprendendo il clima di pace suscitato dalla conversione di Allam e dei 138 intellettuali islamici, che anch'io sento il bisogno di un più profondo sentire anche con quest'altra parte e da giorni sto pensando a come rivolgermi a sti sinistri in forma di vero dialogo. Ed ecco l'illuminazione: come sarebbe "come"? Ma certo: anch'io posso esserlo, in dialogo, se dico come recita il titolo del documento dei 138 intellettuali che porta un nome evocativo: "Una parola tra noi". Ed ecco, illuminato in visione notturna dall'icona di Beppe Grillo, la parola con cui mi rivolgo alla sinistra-contro: "mavafangula, va".
mercoledì, marzo 26, 2008
Pure la "fatwa laica" ci voleva, pure...
Eh no, non è mica vero che l'Islam è violento. Non è antisemita del tutto, non è per la morte del tutto. E' moderato. E' moderatamente violento, moderatamente antisemita. Moderatamente nazista, non del tutto nazista. Eccheccazzo. Tutto questo lo è moderatamente. Se no come potrebbe essere accettato nel politically correct occidentale che gli fa da morbido giaciglio per una agevole e, perché no, anche piacevole violazione della nostra società, civiltà e persona? Come potrebbe la sinistra no global accettare i nazisti? Accetta invece un moderato nazismo, antisemita e sedicente "pro Palestina". Il fatto è che a sinistra non c'è testa: c'è rabbia. Tanta rabbia che però dev'essere moderatamente mostrata per quel che è. Mica ci si può sputtanare del tutto. Ed ecco che la satira, vignette, canzonette e tiro con le freccette, diventa lo sport preferito dei tipi sinistri. Sotto il nome di satira può passare tutto. Beppe Grillo, che è in fin dei conti la loro vera icona, insegna e spara più cagate di un elefante con la diarrea. Poi c'è il mito Vauro (guai a chi dice che è un pirla). E i blog? la maggior parte dei blog sinistri se la cantano e se la suonano. Non una voce contro, non un tentativo di approfondimento, non una voce fuori del coro: "hai visto qui? sì e hai sentito là? e quello che faccia c'ha..." questo il livello medio. Lo si trova specialmente su blogghetti provinciali, infarciti e impestati di truculenza anticattolica. Adesso si sono impegnati tutti nel "lancio della fatwa laica". Si fa così: si prende un difensore della cristianità, meglio se non da sempre quindi tipo Oriana Fallaci, Giuliano Ferrara, Magdi Allam, e lo si mette alla berlina, lo si insulta magari anche sul piano fisico con insulti ed espressioni ignonimiosi del tipo: ciccione e grassone lardoso (Ferrara), tumorata di Dio (Fallaci), scimmia o bertuccia cristiana (Magdi Allam) e poi ci si ripete le battute copiaincollandosele a vicenda. Poi si litiga un po' per fare scena: tu sei troppo tenero con lui/lei, no non è vero, sei tu che sei sionista... e via così. Certo qualcuno onesto c'è, ma si contano sulle dita di una mano amputata. Questa è l'intellighenzia laica e di sinistra, quella che rinfaccia alla Chiesa e a chi crede una presunta chiusura culturale, quella in cui ci si dà reciprocamente di gomito quando parla un credente. Questa è la sinistra e questa è la sua fatwa.Come diceva Totò? "Scusa, apri l'occhio..."
martedì, marzo 25, 2008
Lameduck, la Pasqua e il treno per Yuma

Alle tre di venerdì abbiamo detto: è morto. Poi la Pasqua. Passata la Pasqua e anche la pasquetta, si torna al lavoro e dopo pranzi più o meno luculliani, agnelli e capretti con appelli salvavita, lasagne e uova con sorpresa suon di euri, ricominciano le rotture di uova. Senza neanche la sorpresa. Però novità in questi giorni ce ne sono state: una delle più belle per me è stato il vedere le tracce del positivo dell'esperienza cristiana emergere anche per chi non crede. La Pasqua porta alla luce, riconduce alla ribalta e rimette a tema il positivo, la speranza sulla vita che è in realtà quotidiana e che è difficile annientare. Per esempio: stasera ho detto al musulmano che mi vendeva il kebab "Buona Pasqua" e lui mi ha risposto "Buona Pasqua" e non mi ha affettato con l'arnese che sempre usa per affettare il kebab (probabilmente lo farà domani...). Ieri Lameduck, una cara mangiapreti e amante del cinema, ha illustrato (anche usando eloquenti immagini cinematografiche) cos'è per lei il Cristianesimo; ha spiegato poi anche che Cristo non devi ragionarlo: devi seguirlo. A un'altra "amica online" hanno sbattuto giù il blog: risorgerà anche lui spero e anche lei non dispera, anzi. La faccio facile? Non so, forse. Vogliamo a volte non crederci, a volte non vogliamo arrenderci a riconoscerlo, ma il positivo c'è e ci chiama: proprio attraverso le piccole cose, magari anche "di pessimo gusto" che spesso però si tramutano poi anche in cose grandiose. Perché l'ipotesi positiva c'è su tutto e basta riconoscerla. Così ha detto in certo qual modo anche Lameduck se non tradisco, ma non credo, il senso delle sue parole. Così ha affermato con sorta di ingenua potenza Magdi Allam facendosi battezzare (e ora...). Così ha affermato mia figlia di cinque anni quando la notte di Pasqua guardandomi ha detto: lo sai, è risorto Gesù. Ma il positivo l'abbiamo visto e che la vita può cambiare pure, inutile negarlo. E che c'è un io altrettanto nuovo e pronto ad affrontarla, anche. Proprio come in "Quel treno per per Yuma" che è un film (che non si può a mio parere far a meno di vedere) che parla di un viaggio e dei compagni di viaggio che si possono incontrare, guardare e riconoscere. Occorre allora cercare, adocchiare i compagni di viaggio.
giovedì, marzo 20, 2008
Siamo prossimi
Siamo prossimi alla Pasqua. E siamo, perciò, badate bene prossimi all'umanità: ne possiamo condividere i sentimenti e il patire senza esser perciò disperati. Se c'è spesso, o talvolta, una mano a noi prossima, pronta a prenderci e tirarci su e poi tenerci saldi almeno per un po', dobbiamo o almeno possiamo riconoscere che questa mano è mano che non scompare, che non si ritrae neppure per timore, che non si volatilizza come spesso temiamo. E' così grazie alla scritta della foto. E' perciò che è potuta essere una mano di cui serbiamo ricordi anche umani, mano di uomini e donne, genitori e amici: che c'è stata ed è poi tornata, non solo alla memoria ma anche al nostro fianco. Chiusa a coppa, per abbeverarci a un'acqua cui non saremmo stati capaci d'arrivare a bere; che si porgeva, pelle ancora fresca ma già un po' ruvida per l'età, alla nostra piccola mano e ci portava a guardare più in alto. Che ci stringeva e ci stringe. Mano capace di abbattersi, anche, per farci riavere... . Di tutto questo c'é di che esser grati. Ma c'è purtroppo un timore che ci ammazza, che ci schianta le gambe anzichè farci correre con le "molle d'acciaio"; si tratta insomma di quella nostra umana quasi condanna che ci par di percepire: quasi condannati a non credere per non voler vedere, sembriamo non osare sperare, sembriamo incapaci di alzare la testa, dalla terra, dal tornio o dal foglio di carta, patinata o elettronica o uso mano. Ecco perché propongo, con questa foto, solo poche parole: ricordo dall'Università Cattolica 1983, esperienza presente, augurio per ciascuno.
Cosa succede? Sembra qualcosa...
Cosa succede... non succede una beata fava. Succede che il lavoro va avanti ma sei tu che non ti muovi, succede che c'è chi ha bisogno e non riesci a dargli non dico una mezza mano ma neanche un dito, succede che vai a letto alle cinque e ti alzi alle sette, succede che t'incazzi male, succede insomma un gran casino quotidiano ma sembra che succeda tutto senza che nulla cambi e, a volte, senza di te. Volevamo una vita spericolata, che non è mai tardi, che non dormi mai? Telaqui.
Ma "l'ipotesi positiva su tutto ciò che vive" torna a stagliarsi seppur confusamente e a farsi scorgere nitida nella nebbiosa giornata, seppur dura da scorgere tra la carta e penna digitale che affatica gli occhi e la zucca. Perciò, il mio sentimento di vera gratitutidine va a chi in questo periodo dei miei quarant'anni inoltrati, che sono forse anzi certo la seconda metà già cominciata della vita, questa ipotesi positiva me la ricorda grazie al cielo ancora.
Ma "l'ipotesi positiva su tutto ciò che vive" torna a stagliarsi seppur confusamente e a farsi scorgere nitida nella nebbiosa giornata, seppur dura da scorgere tra la carta e penna digitale che affatica gli occhi e la zucca. Perciò, il mio sentimento di vera gratitutidine va a chi in questo periodo dei miei quarant'anni inoltrati, che sono forse anzi certo la seconda metà già cominciata della vita, questa ipotesi positiva me la ricorda grazie al cielo ancora.
martedì, marzo 11, 2008
Sul filo del rasoio
Negli anni del nazismo non ci sono stati solo i campi di sterminio. Eutanasia infantile (aborto fino al sesto, settimo, ottavo, nono mese va da sé...) su bambini malformati e ritardati mentali veniva esercita fino ad almeno i primi quattro anni di vita. Idea del baffetto? No idea di un mesto signore la cui vita era stata intristita e afflitta dalla nascita di un figlio deforme. Risultato della sua lettera scritta al Fuhrer, in cui chiedeva se si potesse sopprimere il figlio, fu non solo l'assenso ma l'introduzione di questa bella pratica in appositi istituti e la nascita di un comitato che aveva lo scopo di valutare se per i soggetti che lì venivano sottoposti "valesse o no la pena di vivere". I cervelli dei soppressi (circa 60.000) sono stati conservati e utilizzati fino a pochi anni fa a scopo di ricerca. Roba passata? Peter Singer, filosofo e docente di Princeton oggi afferma queste cosette: "Se non c'è coscienza, autonomia e comprensione del futuro non c'è persona. I feti, i neonati e i menomati cerebrali non hanno diritto alla vita" e anche "Il neonato disabile deve essere ucciso prima possibile, perchè poi sviluppa un legame troppo forte fra la madre e il figlio". Teh, va! Questa cosa mi fa dire che chi afferma oggi che l'eutanasia è a salvaguardia della persona ed è generata da un vero rispetto si muove proprio sul filo di un affilatissimo rasoio. Occhio al pelo...
martedì, marzo 04, 2008
Inizio con cena nei pressi di Fidenza
Sul blog di Cloro (vedi link all'elenco dei link, giù a fianco) è nata una "bella" discussione, anche se un po' incazzosa. Ecco qui un ulteriore commento, per non appesantire troppo di mio quel blog. Perchè credere, perché credere oggi? Perchè siamo qui dove siamo? Per un inizio. Perché valeva la pena cominciare. Sono andato una volta a cena, nei pressi di Fidenza, accettando un'invito. Prima di arrivare sapevo forse cosa avrei e se avrei mangiato? Chi può dirsi ragionevolmente certo di un evento simile? Eppure sono andato a quella cena, così come ciascuno di noi fa quasi ogni giorno. Nello specifico non era forse, la prima, una cena: era forse una vacanza... . Ma poco cambia. Si torna dalla cena, si torna dalla montagna: si continua. Ogni giorno una verifica. Si verifica quella che a me piace chiamare la "tenuta". Oggi io son qui per questa tenuta e perché mi si è reso evidente che valeva la pena cominciare. L'ipotesi, o meglio la promessa, non è venuta meno. Grazie dunque, e non solo grazie, a chi rendendosene tramite ha permesso l'inizio: ad Antonio, a Marilena, a Michele, a Gabriele, a Stefano, all'altro Michele, a Marta, a Fabio, a Paolo... che purtroppo, come mi han detto, non c'è più. E grazie a chi c'è ogni giorno. Questa potrebbe essere, forse e in sintesi, la descrizione dell'inizio del percorso razionale del credere.
A questo aggiungo il contributo del mio amico Lele: c'è stata una "verifica sperimentale" che dopo l'inizio mi ha fatto proseguire. E la verifica sperimentale fa parte del metodo scientifico. Detta in parole poverissime significa, e ridice, che giorno per giorno l'ipotesi di partenza viene verificata per vedere se "tiene" nel tempo. Qual era l'ipotesi? Che ne valesse la pena. Intanto eccomi qui, oggi, in Brianza.
Sulla ragionevolezza del credere vale insomma per me, e molto, l'esempio dell'invito a cena.
A questo aggiungo il contributo del mio amico Lele: c'è stata una "verifica sperimentale" che dopo l'inizio mi ha fatto proseguire. E la verifica sperimentale fa parte del metodo scientifico. Detta in parole poverissime significa, e ridice, che giorno per giorno l'ipotesi di partenza viene verificata per vedere se "tiene" nel tempo. Qual era l'ipotesi? Che ne valesse la pena. Intanto eccomi qui, oggi, in Brianza.
Sulla ragionevolezza del credere vale insomma per me, e molto, l'esempio dell'invito a cena.
giovedì, febbraio 28, 2008
Buoni come Hitler
E' questa la notizia data da tutti i principali quotidiani di oggi: Adolf Hitler e i sette nani. Cioè: Hitler amava i setti nani del film Biancaneve (proprio quello della Disney) e per passatempo gli piaceva anche disegnare i nanetti. E' davvero una notizia questa? Non lo so, in realtà: forse la è, forse no. Certo è per me la conferma di una vecchia idea: tutti pensiamo di essere buoni. Ci sentiamo tutti buoni, in fondo. Anche uno come Hitler infatti si sentiva buono e lo esprimeva con dolci disegni di Biancaneve e di altre fiabe dedicandoli alla sua compagna. Tutti ci sentiamo buoni, dunque. Inoltre, ciò che il sentirsi buoni implica è che spesso riteniamo perciò (per questo ritenere d'esser buoni) di aver ragione. La nostra bontà la sentiamo come se fosse assoluta. E fondandoci su ciò, riteniamo che anche il nostro personale punto di vista valga in quanto nostro e che per il fatto di appartenerci sia anch'esso buono. Poi, riteniamo di conseguenza che esista un diritto di dire e far valere ciò che ci appartiene (il "diritto di dire la nostra") fondato su un'oggettività sua propria che deriva anch'essa da quella "bontà". Quindi, il "mio" essere buono è anche il migliore, è in qualche modo oggettivo. Chiamiamola oggettività del soggettivo, allora. Diciamo anche che è una bella pretesa. O no? Eppure esprime una realtà: ognuno di noi sa di valere e afferma questo suo valere con l'opinione espressa come un assoluto. Perciò ricorre ormai sempre più sovente sulla bocca di tutti la frase "io la penso così, tu hai le tue idee, io le mie" a chiusa di ogni discussione; perciò è sdegnosamente pronunciata nel contesto di una smorfia indispettita o immusonita delle e degli adolescenti (ma sempre più anche degli adulti, presso i quali si trasforma solitamente in: "va bene, questo è il tuo punto di vista"). Siamo tutti "buoni" e perciò si dialoga così. Sempre negando un'oggettività che non sia, appunto, soggettiva. Nei casi migliori si tenta di argomentare con un certo rigore (e questo sarebbe per lo più positivo) che però tende a introdurre la "logica" come puro criterio di analisi del reale. Anche perché è l'argomentare stesso che è fatto così. Perellman, nel suo "Trattato dell'argomentazione", spiegava come sia fuorviante utilizzare le categorie della logica applicandole alla realtà quotidiana: si ha l'impressione di poter dimostrare e invece non si dimostra nulla. Ma così ognuno rimane nel suo. Convinto di essere nel giusto, o nel buono. Per uscire da questa gabbia della logica, una logica che ognuno può replicare nel proprio pensiero, introducendo nuovi e propri criteri, ci vuole condivisione, amicizia, compagnia. Qualcosa che appunto ti strappi via proprio dal pensiero, dal solo pensiero. O il rischio della solitudine può essere immenso, uscire da noi e sovrastare la realtà. Come Hitler con i suoi dolci disegni in un certo senso dimostra.
mercoledì, febbraio 27, 2008
Contro Ippocrate
"Un peccato di ingenuità" così ha detto il presidente dell'Ordine nazionale dei medici, Amedeo Bianco, riferendosi al comunicato stampa inviato ai media in cui l'Ordine prende una netta posizione a favore dell'aborto e, nello specifico, della RU486. Dimenticando forse che un comunicato stampa tutto può essere meno che un atto ingenuo, esito invece di una strategia e di un lavoro che ben difficilmente s'improvvisano.
La "pilloletta" dovrebbe comunque essere osteggiata dalle femministe nostrane come accade negli Usa e in Francia, dove le amazzoni della lotta femminista hanno ormai ben compreso che, ben lungi da essere un ausilio per il modno femminile, la RU486 è in realtà l'ultima frontiera medica dell'ipocrisia maschile poiché con questa si permette alle donne di tornare ad abortire, in privato, nel silenzio del tinello o della camera da letto o del cesso (ma non subito ovviamente: prima ci faranno passare sotto il naso un paio d'anni in cui sarà consentito solo l'uso "ospedaliero").
Ma da noi, in Italia, non e così. Ecco dunque infranto il giuramento d'Ippocrate, che vieta la somministrazione di farmaci abortivi ed ecco vaffanculata anche la 194 che tutti dicono divoler difendere e che garantisce, aanche se solo a parole, la tutela dell vita umana "fin dal suo inizio".
Eppure, una pur vaga percezione dello stato di nonsense sempre più profondo in cui ci troviamo ad affondare c'è anche a sinistra, se è vero come è vero che anche lì si moltiplicano i "dove andremo a finire...", e se ciò accade tralasciando anche il minimo senso della decenza nel riutilizzare questo"mood" espressivo che tanto bene incarna il mondo benpensante che la contestazione sessantottina un tempo furiosamente avversava. Ma s'invecchia tutti...
Dove andremo a finire, dunque?
Semplice: esattamente dove questa mentalità ci porta. Dove ci ha già portati e dove siamo, in realtà, già tristemente finiti: in fondo a un pozzo, a Gravina.
La "pilloletta" dovrebbe comunque essere osteggiata dalle femministe nostrane come accade negli Usa e in Francia, dove le amazzoni della lotta femminista hanno ormai ben compreso che, ben lungi da essere un ausilio per il modno femminile, la RU486 è in realtà l'ultima frontiera medica dell'ipocrisia maschile poiché con questa si permette alle donne di tornare ad abortire, in privato, nel silenzio del tinello o della camera da letto o del cesso (ma non subito ovviamente: prima ci faranno passare sotto il naso un paio d'anni in cui sarà consentito solo l'uso "ospedaliero").
Ma da noi, in Italia, non e così. Ecco dunque infranto il giuramento d'Ippocrate, che vieta la somministrazione di farmaci abortivi ed ecco vaffanculata anche la 194 che tutti dicono divoler difendere e che garantisce, aanche se solo a parole, la tutela dell vita umana "fin dal suo inizio".
Eppure, una pur vaga percezione dello stato di nonsense sempre più profondo in cui ci troviamo ad affondare c'è anche a sinistra, se è vero come è vero che anche lì si moltiplicano i "dove andremo a finire...", e se ciò accade tralasciando anche il minimo senso della decenza nel riutilizzare questo"mood" espressivo che tanto bene incarna il mondo benpensante che la contestazione sessantottina un tempo furiosamente avversava. Ma s'invecchia tutti...
Dove andremo a finire, dunque?
Semplice: esattamente dove questa mentalità ci porta. Dove ci ha già portati e dove siamo, in realtà, già tristemente finiti: in fondo a un pozzo, a Gravina.
lunedì, febbraio 25, 2008
Non è un paese per "piccoli"
"Non è un paese per vecchi" è il titolo del film dei fratelli Coen che si è preso le quattro statuette dell'annuale e famosa "notte degli Oscar". Il fatto che il libro del grandioso McCarthy, il quale è stato premiato col Pullitzer nel 2007 per l'altra sua imponente opera "The Road", sia in qualche modo e pur indirettamente premiato nel contesto della più grande, e al tempo stesso malinconica e triste, kermesse americana dice di tutto il conflitto di cui quella civilta è portatrice.
L'opera di Mc Carthy tratteggia infatti i contorni di un male incompreso, che quasi sembra volersi impadronire del mondo, e dell'incapacità di osteggiarlo. Il cinema, e Hollywood in particolare, è una delle forme più adatte a neutralizzarne il messaggio.
Intanto, si recita sul set del nostro paese un altro film ben più drammatico i cui protagonisti sono presi dalla strada, dalla vita quotidiana, come nella riedizione di un'opera del neorealismo.
Ma il set è questa volta reale: quello delle case in cui si decide in solitudine e poi degli ospedali dove in altrettanta solitudine i bambini vengono abortiti: perchè sono piccoli. Vengono eliminati perché scomodi e "invisibili", "indistinguibili" allo sguardo di una donna che poi però sempre porterà con sé il dolore e il rimorso di quel gesto.
Per proteggere, dimenticandolo, quel dolore vien detto che non sono bambini, non sono individui, non sono essere, non sono persona, non soggetti. Quando inizia allora questa persona, individuo, essere...?
Cos'è quel coso che si ciuccia il dito e si dondola nella pancia della donna, cos'è se non è un bambino?
E perchè se non è un bambino tanto dolore, perché questa necessità di analisi, di doloroso e lento recupero di una normale vita quotidiana in chi l'ha soppresso?
Questa è la domanda vera.
Nell'ultimo libro di McCarthy il protagonista negativo uccide freddamente con una sorta di pistola alimentata da un tubo ad aria compressa. Nel nostro Paese i piccoli feti di poche settimane vengono aspirati e fatti a pezzi dal tubo del metodo Karman, il più diffuso.
I già nati se portatori di handicap sospirano per lo scampato pericolo e ringraziano la mamma di averli tenuti e di continuare a tenerli con amore. Chi si affaccerebbe alla vita è per lo più ricacciato indietro o asportato dal vacuo di un tubo se la sua deformità o abnormità infastidisce lo standard prefissato o lo svolgersi di un'altra qualità della vita.
Ecco, il nostro di adesso "non è un paese per piccoli".
L'opera di Mc Carthy tratteggia infatti i contorni di un male incompreso, che quasi sembra volersi impadronire del mondo, e dell'incapacità di osteggiarlo. Il cinema, e Hollywood in particolare, è una delle forme più adatte a neutralizzarne il messaggio.
Intanto, si recita sul set del nostro paese un altro film ben più drammatico i cui protagonisti sono presi dalla strada, dalla vita quotidiana, come nella riedizione di un'opera del neorealismo.
Ma il set è questa volta reale: quello delle case in cui si decide in solitudine e poi degli ospedali dove in altrettanta solitudine i bambini vengono abortiti: perchè sono piccoli. Vengono eliminati perché scomodi e "invisibili", "indistinguibili" allo sguardo di una donna che poi però sempre porterà con sé il dolore e il rimorso di quel gesto.
Per proteggere, dimenticandolo, quel dolore vien detto che non sono bambini, non sono individui, non sono essere, non sono persona, non soggetti. Quando inizia allora questa persona, individuo, essere...?
Cos'è quel coso che si ciuccia il dito e si dondola nella pancia della donna, cos'è se non è un bambino?
E perchè se non è un bambino tanto dolore, perché questa necessità di analisi, di doloroso e lento recupero di una normale vita quotidiana in chi l'ha soppresso?
Questa è la domanda vera.
Nell'ultimo libro di McCarthy il protagonista negativo uccide freddamente con una sorta di pistola alimentata da un tubo ad aria compressa. Nel nostro Paese i piccoli feti di poche settimane vengono aspirati e fatti a pezzi dal tubo del metodo Karman, il più diffuso.
I già nati se portatori di handicap sospirano per lo scampato pericolo e ringraziano la mamma di averli tenuti e di continuare a tenerli con amore. Chi si affaccerebbe alla vita è per lo più ricacciato indietro o asportato dal vacuo di un tubo se la sua deformità o abnormità infastidisce lo standard prefissato o lo svolgersi di un'altra qualità della vita.
Ecco, il nostro di adesso "non è un paese per piccoli".
venerdì, febbraio 22, 2008
Dubbio
Ferrara sì, Ferrara no...
Ho sempre contestato la frase "solo i cretini non dubitano mai".
Afferma il dubbio come metodo di affronto della realtà, pensavo.
A volte però qualche dubbio ci vuole. Ecco per esempio cosa dice, su Famiglia Cristiana, Giorgio Vittadini il fondatore della Compagnia delle Opere sull'onda e sulla spinta di una profonda e vera amicizia con don Giussani. Fa riflettere su alcune scelte "di schieramento".
"Un cristianesimo corporativo, che si erge solitario e orgoglioso a difesa dei valori, gioca male i suoi talenti e si emargina. Invece i cattolici spiegano, anche se qualcuno non vuol capire, che solidarietà, rispetto della vita, promozione della famiglia, salvaguardia del lavoro, sussidiarietà, possono essere cose buone per l'intero Paese."
Torto non ha.
Ho sempre contestato la frase "solo i cretini non dubitano mai".
Afferma il dubbio come metodo di affronto della realtà, pensavo.
A volte però qualche dubbio ci vuole. Ecco per esempio cosa dice, su Famiglia Cristiana, Giorgio Vittadini il fondatore della Compagnia delle Opere sull'onda e sulla spinta di una profonda e vera amicizia con don Giussani. Fa riflettere su alcune scelte "di schieramento".
"Un cristianesimo corporativo, che si erge solitario e orgoglioso a difesa dei valori, gioca male i suoi talenti e si emargina. Invece i cattolici spiegano, anche se qualcuno non vuol capire, che solidarietà, rispetto della vita, promozione della famiglia, salvaguardia del lavoro, sussidiarietà, possono essere cose buone per l'intero Paese."
Torto non ha.
Pro e contro
Si passano giornate, la vita, a valutare i pro e contro di qualsiasi scelta. Questo sì quest'altro no quest'altro forse. Più importanti sono le scelte, più valutiamo attentamente: lavoro, casa...
E poi ci sono scelte che non si fanno valutare. Come un figlio.
Quando si è fatto vivo, s'incasina tutto: saltano i pro e i contro.
Perché? Sragioniamo o ragioniamo?
Dico che è come se fossimo tutti uguali, ed è così. Ma non siamo davvero tutti uguali, non è così. Idee, pensieri, sofferenza, pensieri di sofferenza e malattia.
Ogni uomo, ogni donna, un caso.
Eppure sul tema "aborto no grazie" consenso e sforzo di consenso sembra giungere da ogni dove.
Eppure non da ogni dove: c'è chi, e sono molti, s'incazza tanto.
La scelta è secca fra pro e contro (life e choice)? C'è un terreno comune su cui lavorare, un ambito pratico su cui ragionare? O è meglio a chi dice "il corpo è mio" opporre solo il voto?
Insomma moratoria come battaglia culturale o come partito? E che partito?
E poi ci sono scelte che non si fanno valutare. Come un figlio.
Quando si è fatto vivo, s'incasina tutto: saltano i pro e i contro.
Perché? Sragioniamo o ragioniamo?
Dico che è come se fossimo tutti uguali, ed è così. Ma non siamo davvero tutti uguali, non è così. Idee, pensieri, sofferenza, pensieri di sofferenza e malattia.
Ogni uomo, ogni donna, un caso.
Eppure sul tema "aborto no grazie" consenso e sforzo di consenso sembra giungere da ogni dove.
Eppure non da ogni dove: c'è chi, e sono molti, s'incazza tanto.
La scelta è secca fra pro e contro (life e choice)? C'è un terreno comune su cui lavorare, un ambito pratico su cui ragionare? O è meglio a chi dice "il corpo è mio" opporre solo il voto?
Insomma moratoria come battaglia culturale o come partito? E che partito?
venerdì, febbraio 15, 2008
Questo è un appello alle buone coscienze
“Questo è un appello alle buone coscienze che gioiscono per la moratoria sulla pena di morte nel mondo, votata ieri all’Onu da 104 paesi. Rallegriamoci, e facciamo una moratoria per gli aborti.”
Giuliano Ferrara sul Foglio del 19 dicembre scorso lanciava questo appello. Era l'appello per una moratoria internazionale sull’aborto. Da allora hanno iniziato ad arrivare alla redazione del Foglio lettere su lettere di adesione da parte di studiosi, politici, medici, scienziati, tanta tanta gente comune.
Ciascuno dica se vuole la propria.
Giuliano Ferrara sul Foglio del 19 dicembre scorso lanciava questo appello. Era l'appello per una moratoria internazionale sull’aborto. Da allora hanno iniziato ad arrivare alla redazione del Foglio lettere su lettere di adesione da parte di studiosi, politici, medici, scienziati, tanta tanta gente comune.
Ciascuno dica se vuole la propria.
lunedì, gennaio 07, 2008
Uno (lo schifo sorride)
La caccola molle m'assale improvvisa:
mi cola dal naso, rientra e rifugge
qual cerva ferita, ma ho sporche le dita
e smetter non posso, non posso lasciare infinita
un'opera ormai tanto ardita.
Ormai come un'alba che sorger voleva ma il buio teneva
la caccola molle rientra nell'alveo nasale e il dubbio m'assale:
davvero è non vista? Al mio fianco al semaforo infatti rideva sul tram un'autista.
mi cola dal naso, rientra e rifugge
qual cerva ferita, ma ho sporche le dita
e smetter non posso, non posso lasciare infinita
un'opera ormai tanto ardita.
Ormai come un'alba che sorger voleva ma il buio teneva
la caccola molle rientra nell'alveo nasale e il dubbio m'assale:
davvero è non vista? Al mio fianco al semaforo infatti rideva sul tram un'autista.
Due (il segno nello schifo)
La caccola secca t'attende furtiva dal bordo del tavolo e sotto la seggiola: ti sfiora le dita improvvisa, ti tocca la mano, e oramai ritrarsi è già tardi. Durezza impietrita dagli anni ti punge e, sorpreso, improvviso e instantaneo il quasi dolore ti tocca e scompare. Eppure era lì che da tempo qualcosa restava nascosto e ti aspettava al suo posto.
Tre (a chi?)
Perché oramai non t'attrae il bello che esiste da sempre? Cos'è che di bello nel grasso del ventre e nel lordo dell'orlo disfatto divengono moda? Cos'è che ti chiama senza chiamarti per nome e ti lascia insepolto e vestito di nero? Com'è che grattandoti il dorso del polso non senti che è un grumo oramai quello che un tempo chiamavi felicità?
Quattro (per la moratoria)
Cos'è quello schifo, quel grumo rappreso, una macchia che voglio scordare, un ammasso d'inutili cellule, un'unghia, un capello, una foglia, un fiore più bello che un giorno vedrà.
Cinque (testamento?)
La pera sbucciata completa e annerita rimane sul tavolo e il libro che avevo iniziato aperto rimane e sgualcito a metà, intanto che l'ultima lettera finisce d'essere letta, intanto che l'ultima voce finisce d'essere detta. Qualcuno riceve un messaggio e tira diritto non cambia la strada e sembra la tomba di sempre. Intanto, quell'ultima lettera e ultima voce vuol dire salvezza.
Sei (notte)
Il pezzo di carne nel freddo ripiano già giace da ore
e il sonno che attendi da tempo ancora s'attarda
mentre la porta del frigo ti guarda con sorta di complicità.
Il dolce appiattito sul piatto soggiace al suo tempo
e dal piatto qualcosa che un tempo era quasi bellezza già ora t'irride
beffarda e sembra chiamarti come un'amica non vera.
Il vetro contiene qualcosa che odora di tempo trascorso
e il sorso che forse regala sarà quasi aiuto notturno al finto lavoro del giorno finito.
La notte che inganna i pensieri e lo ieri trascorso diventano sfida,
mentre s'apre con passo deciso la porta del frigo e t'avvolge la notte.
e il sonno che attendi da tempo ancora s'attarda
mentre la porta del frigo ti guarda con sorta di complicità.
Il dolce appiattito sul piatto soggiace al suo tempo
e dal piatto qualcosa che un tempo era quasi bellezza già ora t'irride
beffarda e sembra chiamarti come un'amica non vera.
Il vetro contiene qualcosa che odora di tempo trascorso
e il sorso che forse regala sarà quasi aiuto notturno al finto lavoro del giorno finito.
La notte che inganna i pensieri e lo ieri trascorso diventano sfida,
mentre s'apre con passo deciso la porta del frigo e t'avvolge la notte.
Sette (poesia in mezzo ai pascoli)
Degli aulici versi il verso del cuculo
con metri antichi il ricordo ci chiama
soltanto un acuto fanculo isolato, odierno metro, risponde.
con metri antichi il ricordo ci chiama
soltanto un acuto fanculo isolato, odierno metro, risponde.
Otto (Chiara)
Quando la faccia tonda arriva improvvisa,
scuote tra le lenzuola la coltre del sonno e va oltre
scalza, s'inceppa, risquassa, s'intoppa, scuote la quiete più cara di sempre e di mezz'ora e ridà vita e annuncia la giornata nuova.
scuote tra le lenzuola la coltre del sonno e va oltre
scalza, s'inceppa, risquassa, s'intoppa, scuote la quiete più cara di sempre e di mezz'ora e ridà vita e annuncia la giornata nuova.
Nove (A Silvia) o (Concerto di voci diverse)
Sento una compagnia che non si stanca e sembra dirmi che non ho età, intanto faccio una strada di sensi unici, di buche e sassi, di ossa rotte. E' una pozzanghera di poche dita ma sembra fatta di nero fondo.
Nuove camicie non hanno polso per sostenermi.
Ma improvvisa schiocca una calza e suona, muove improvviso un battito, si scuote un ciglio, deciso rimbalza un elastico, risuona una ciocca di capelli sciogliendosi una voce chiara.
Nuove camicie non hanno polso per sostenermi.
Ma improvvisa schiocca una calza e suona, muove improvviso un battito, si scuote un ciglio, deciso rimbalza un elastico, risuona una ciocca di capelli sciogliendosi una voce chiara.


