lunedì, gennaio 07, 2008

Uno (lo schifo sorride)

La caccola molle m'assale improvvisa:
mi cola dal naso, rientra e rifugge
qual cerva ferita, ma ho sporche le dita
e smetter non posso, non posso lasciare infinita
un'opera ormai tanto ardita.
Ormai come un'alba che sorger voleva ma il buio teneva
la caccola molle rientra nell'alveo nasale e il dubbio m'assale:
davvero è non vista? Al mio fianco al semaforo infatti rideva sul tram un'autista.

Due (il segno nello schifo)

La caccola secca t'attende furtiva dal bordo del tavolo e sotto la seggiola: ti sfiora le dita improvvisa, ti tocca la mano, e oramai ritrarsi è già tardi. Durezza impietrita dagli anni ti punge e, sorpreso, improvviso e instantaneo il quasi dolore ti tocca e scompare. Eppure era lì che da tempo qualcosa restava nascosto e ti aspettava al suo posto.

Tre (a chi?)

Perché oramai non t'attrae il bello che esiste da sempre? Cos'è che di bello nel grasso del ventre e nel lordo dell'orlo disfatto divengono moda? Cos'è che ti chiama senza chiamarti per nome e ti lascia insepolto e vestito di nero? Com'è che grattandoti il dorso del polso non senti che è un grumo oramai quello che un tempo chiamavi felicità?

Quattro (per la moratoria)

Cos'è quello schifo, quel grumo rappreso, una macchia che voglio scordare, un ammasso d'inutili cellule, un'unghia, un capello, una foglia, un fiore più bello che un giorno vedrà.

Cinque (testamento?)

La pera sbucciata completa e annerita rimane sul tavolo e il libro che avevo iniziato aperto rimane e sgualcito a metà, intanto che l'ultima lettera finisce d'essere letta, intanto che l'ultima voce finisce d'essere detta. Qualcuno riceve un messaggio e tira diritto non cambia la strada e sembra la tomba di sempre. Intanto, quell'ultima lettera e ultima voce vuol dire salvezza.

Sei (notte)

Il pezzo di carne nel freddo ripiano già giace da ore
e il sonno che attendi da tempo ancora s'attarda
mentre la porta del frigo ti guarda con sorta di complicità.
Il dolce appiattito sul piatto soggiace al suo tempo
e dal piatto qualcosa che un tempo era quasi bellezza già ora t'irride
beffarda e sembra chiamarti come un'amica non vera.
Il vetro contiene qualcosa che odora di tempo trascorso
e il sorso che forse regala sarà quasi aiuto notturno al finto lavoro del giorno finito.
La notte che inganna i pensieri e lo ieri trascorso diventano sfida,
mentre s'apre con passo deciso la porta del frigo e t'avvolge la notte.

Sette (poesia in mezzo ai pascoli)

Degli aulici versi il verso del cuculo
con metri antichi il ricordo ci chiama
soltanto un acuto fanculo isolato, odierno metro, risponde.

Otto (Chiara)

Quando la faccia tonda arriva improvvisa,
scuote tra le lenzuola la coltre del sonno e va oltre
scalza, s'inceppa, risquassa, s'intoppa, scuote la quiete più cara di sempre e di mezz'ora e ridà vita e annuncia la giornata nuova.

Nove (A Silvia) o (Concerto di voci diverse)

Sento una compagnia che non si stanca e sembra dirmi che non ho età, intanto faccio una strada di sensi unici, di buche e sassi, di ossa rotte. E' una pozzanghera di poche dita ma sembra fatta di nero fondo.

Nuove camicie non hanno polso per sostenermi.

Ma improvvisa schiocca una calza e suona, muove improvviso un battito, si scuote un ciglio, deciso rimbalza un elastico, risuona una ciocca di capelli sciogliendosi una voce chiara.